Lo spazio bianco
Lo spazio bianco non è un luogo reale, una costruzione della mente. Non appartiene alla natura: non è un omaggio all’Engadina invernale, anche se prende lo spunto dal suo paesaggio innevato. Lo spazio diventa bianco perché perde i suoi connotati fenomenici, quelli che cadono sotto i sensi, e si fa percepibile solo con un atto del pensiero. Per meglio dire, esso si dispiega davanti ai nostri occhi grazie a un atto del linguaggio, che solo la pittura, la fotografia, insomma i linguaggi dell’arte possono rendere operativo.
Il bianco come colore che contiene tutti i colori, come dimensione assoluta dove si riassumono tutte le dimensioni praticabili: nella pittura, il monocromo bianco veicola il pensiero dell’assoluto, il confronto tentato con questo estremo altrove. Nel lavoro dei fotografi, e segnatamente in quelli che questa mostra raccoglie e mette a confronto, lo spazio bianco vale come il luogo metaforico dove tutte le immagini si sommano perché ogni immagine particolare svanisce, si dissolve, e contemporaneamente si ripresenta. La fotografia è una soglia fra queste due possibilità. Fuori di metafora, diremo che gli artisti fotografi qui presenti, appartenenti a diverse generazioni, sono accomunati da un’idea di lavoro fotografico che rinuncia alla presunzione rappresentativa o documentaristica per diventare strumento di analisi del suo proprio linguaggio. Il bianco allora diventa l’emblema di questo intento, perché è il colore, o il tono dominante, che meglio esplicita la volontà di spoliazione ogni tratto superfluo, ridondante, perché lo sguardo si concentri sui pochi elementi essenziali, focalizzati dall’occhio meccanico. Nelle opere di due fra i maestri della fotografia italiana, Franco Fontana e Mario Cresci, la riflessione sul linguaggio è portata in primo piano, e ciò che vediamo nelle loro opere è una progressiva astrazione dai dati della realtà, non fine a se stessa, ma tesa a rivelare le strutture psicologiche che stanno alla base della visione.
Nelle sue vedute paesaggistiche o urbane, Fontana cerca l’essenzialità della forma, e la considera come farebbe un pittore, esaltandone i valori cromatici in senso emozionale. Cresci, che predilige il bianco e nero, procede in modo simile, ma nelle sue immagini l’essenzialità viene coniugata con valenze esistenziali più drammatiche. L’uno l’altro ci estraniano, in prima istanza, dalle immagini che ci mostrano, come per indurci a osservarle in modo nuovo, al di là delle convenzioni a cui siamo abituati.
La macchina fotografica serve per farci guardare di là delle apparenze, l’ambiente che ci circonda, gli oggetti che lo abitano, possono assumere così valori nuovi, inaspettati, magari inquietanti. Succede così nelle sequenze di Alessandra Spranzi, sospese fra ironia ed enigmaticità, o nelle immagini di muri o di particolari architettonici di Tarantini, o sopra i ghiacciai di Andrea Galvani dove, quasi una boutade surrealista, allignano conigli: lo spazio bianco, qui, enfatizza la precarietà del senso, la sua frammentarietà, o la sua sospensione.
Si direbbe invece che Silvio Wolf, Marco Campanini e Francesco Pignatelli pongano in questione l’immagine fino a farla scomparire, tramite il bianco che perciò nel loro lavoro diventa negazione, annullamento. Ecco allora la nebbia fitta che ci separa dalle ombre, pure tracce umane, nell’opera recente di Wolf, oppure la messa fuori fuoco di alcuni particolari dei paesaggi di Campanini, che indeboliscono la loro riconoscibilità di antiche figure stampate. Pignatelli poi stravolge i dati del visibile usando il negativo della fotografia a colori e presentando quindi rapporti cromatici falsati, e immagini di rami e rovi che ci sembrano astrazioni pittoriche.
Ma è proprio da questo groviglio, dalla libera facoltà che abbiamo di interpretarlo, dalla nebbia che nasconde, ma che anche annuncia, dal muro che separa, ma che anche collega, è da tutto questo che si genera il senso. Il bianco, abbiamo detto, in pittura come in fotografia e come nella fisica ottica, contiene tutti i colori, è l’idea stessa della totalità in potenza, perciò se il bianco “chiude” è per “aprire”, al nuovo…
Giorgio Verzotti