Sull'ombra in Marco Campanini
L'ombra è il segno, allo stesso tempo, di un'assenza e di una presenza. L'assenza è quella del corpo, la presenza quella della sua proiezione.
Lo scrive Victor I. Stoichita (Breve storia dell'ombra, 1997) che, con Michael Baxandall (Ombre e lumi, 2003), ricorda come Plinio Il Vecchio attribuisse la nascita della pittura al momento in cui l'uomo riuscì a circoscrivere la linea d'ombra di un essere umano. Una nascita “in negativo” insomma, generata dalla volontà dell'uomo di rappresentare la realtà.
Ancor più interessante è il proverbiale mito platonico della caverna. Ne La Repubblica (514-519), Platone immagina l'uomo prigioniero in una grotta, costretto a guardarne il fondo. Sul muro si proiettano le ombre degli oggetti che transitano nella realtà esterna di cui egli ignora l'esistenza.
Il filosofo stabilisce così diversi gradi di conoscenza, distinguendo tra la realtà delle cose sensibili e la loro parvenza sotto forma di ombra.
L'ombra dichiara una presenza, non si sostituisce ad essa.
Nelle fotografie di Marco Campanini le ombre giocano un ruolo fondamentale. Perché se è pur vero che Hegel sostiene la necessità della compresenza di luce ed ombra, attribuendo alla differenza tra esse la realtà sensibile delle cose, dacché nel buio come nella luce assoluta non si vede nulla, nel caso di Campanini la domanda da porsi è “quale ombra?”.
La risposta chiarirebbe un secondo, non meno importante, quesito: “quale realtà”?
Le immagini di Marco Campanini sono tecnicamente riproduzioni di riproduzioni, cioè fotografie di volumi e pubblicazioni sui quali sono raffigurate opere antiche, tele o acqueforti.
Dunque dove sta la realtà vera? E' quella dell'opera antica originale, della pagina sulla quale è stata pubblicata, è dell'immagine fotografica che è sotto i nostri occhi? Ma l'opera originale non è, in fondo, essa per prima una rappresentazione ideale della realtà, secondo i canoni estetici del XVIII secolo?
E allora: le fotografie che abbiamo di fronte oggi a quale tempo e spazio si riferiscono?
Forse la soluzione degli interrogativi è quella di non porli affatto. Qualunque cosa si stia cercando, quand'anche fosse mai esistita, di fatto può considerarsi perduta, estinta. O, forse, essa appartiene al mondo dell'inconscio, qualcosa che ci appare insieme familiare ed estraneo, “perturbante”, per dirla con Freud.
L'opera giace come conglomerato consustanziale e metalinguistico sul quale si adagiano molteplici identità di origine diversa, fuse in una soltanto. Ed è qui, nella bifronte capacità di comunicare con il presente preservando nel contempo viva l'anima del passato, che l'opera si anima sotto il nostro sguardo. Ombre portate dall'esterno si allungano sulla scena e si alternano a lame di luce di varia intensità; il piano di messa a fuoco incontra una superficie ondulata creando effetti di sfocatura inattesi. Lo sguardo è continuamente guidato verso una visione periferica.
Le opere di Campanini si alimentano di questo perenne ondeggiamento, in bilico tra dentro e fuori, lontano e vicino, nel tempo e fuori di esso. Oscillano, dandosi e sottraendosi, senza soluzione di continuità. E tra il fascino dello svelamento e l'ebrezza del naufragio, si ha la sensazione che si inneschi un processo di conoscenza che trascende la realtà sensibile e passa attraverso la percezione di una continua alternanza e differenza.
Alfredo Sigolo