Senso ed esperienza del tempo in tre generazioni di autori italiani
Tre generazioni di autori italiani (da quella dei maestri della
fotografia noti a livello internazionale come Mimmo Jodice, Guido
Guidi e Mario Cresci, ai principali autori della "generazione di
mezzo", fino ad alcuni giovani emergenti) sono presenti in
questa mostra sorretta da due obbiettivi fondamentali. Il primo è
quello di evidenziare la diversità degli approcci artistici di
tali autori per dimostrare come la fotografia italiana – già
nota internazionalmente per la sua cosiddetta scuola di paesaggio (da
Luigi Ghirri a Gabriele Basilico, Olivo Barbieri fino a Massimo
Vitali, per citare solo alcuni tra i più noti) – abbia
espresso anche autori di alto livello che hanno portato avanti
ricerche in direzioni diverse e ugualmente proficue. Il secondo è
quello di presentare opere che, seppur con esiti molto diversi tra
loro, affrontino il tema del tempo in modo riflessivo e consapevole.
Le immagini sospese e metafisiche di Mimmo Jodice – uno tra gli
autori italiani più apprezzati a livello internazionale – ci
accompagnano, ad esempio, in un viaggio verso la profondità di
un passato ancestrale che si è sedimentato nella nostra
memoria. Per Mimmo Jodice il passato ha infatti una dimensione
ancora carica di vita e d'intensità che la fotografia può
rivitalizzare (come dimostrano i suoi volti di divinità o di
atleti dell'antichità simili a inquiete presenze che ci
interpellano). Mario Cresci (fotografo, artista e visual
designer il cui lavoro, fin dalla fine degli anni Sessanta, si è
sempre rivolto a una riflessiva ricerca visiva) indaga invece la
duplice natura dell'immagine fotografica, intesa come oggetto e come
fatto linguistico, trasformando le sue immagini in impronte di una
realtà segnata dal fluire del tempo e della luce che ne indica
lo scorrere. Guido Guidi (il fotografo italiano che più
di ogni altro ha esplorato i margini del paesaggio contemporaneo)
lavora invece alla ricerca di un equilibrio fra la memoria del
passato e il tempo presente. Egli propone una serie di immagini dal
soggetto minimo ma segnato dalle tracce del tempo e della vita degli
uomini (l'interno di una stanza abbandonata, di una scuola priva di
allievi) che divengono una meditazione straniante su ciò che
si presenta nel corso del tempo davanti ai nostri occhi.
Silvio Wolf – autore della "generazione di mezzo"
tra i più apprezzati internazionalmente – crea "immagini
senza tempo di luoghi eterni", come egli ama dichiarare. L'opera
il Grande Myhrab (nicchia che indica la direzione della Mecca
nelle moschee) evoca un luogo sacro, lontano e non visibile. Funziona
cioè come una immagine "soglia", tra un qui e ora e
un altrove che si protende verso un tempo illimitato. Simile a una
visione simbolica e quasi mistica tale immagine non nega la
caratteristica del fotografico di essere una impronta della realtà,
ma al contempo sconfina verso altri mondi. Immerse nell'oscurità
anche le cose e i volti delle statue fotografati da Antonio
Biasiucci escono dalla contingenza, dal regno fuggevole della
quotidianità, per situarsi in un tempo sospeso. Un tempo in
cui anche le cose più umili (il pane, la terra, l'acqua, la
pietra) si rivelano imparentate con il sacro, con i misteri
insondabili dell'essere. Grazie al suo sguardo ravvicinato e quasi
tattile, che punta ad accogliere tutta la varietà delle ombre
e dell'oscuro, le cose da lui ritratte superano infatti la
quotidianità per divenire presenze misteriose unite da oscure
e arcaiche corrispondenze. Nelle immagini di Alessandra Spranzi,
semplici oggetti quotidiani vengono invece immersi in un tempo
paradossale e straniante aperto alla narrazione, ai minimi
accadimenti. In questa sorta di spazio temporale dilatato la Spranzi
compie minimi gesti segnati da minime insensatezze: sospendere una
mano sopra una bottiglia, rompere un vaso in due parti, spargere
petali su un tavolo. Come una sorta di maga delle piccole cose
l'autrice riesce, grazie a questi nonsense, a far riemergere
un legame profondo e misterioso tra sé e le cose, e a
ridonare ad esse una sorta di nuova vita capace di interrogarci.
Radicalmente diverso è invece il lavoro di Marina Ballo
Charmet, dove il fare fotografico diviene un'esperienza di
avvicinamento e di ascolto del corpo degli altri, segnato una visione
che vaga sulla superficie dei corpi e si ferma davanti a un piccolo
sussulto, a una piega intima della pelle. In sintonia con tali
lavori, anche nella video-installazione Conversazione, i
respiri di alcune persone riprese da vicino ci riportano al tempo
intimo, corporeo, che ci governa al di là della dimensione
del logos, della parola e del fare. Il tempo può
essere inteso come lineare, ciclico, deperibile, eterno, ma il tempo
dei nostri corpi è ancora scandito dal battito del cuore, dal
respiro.
Che il tempo della contemporaneità si presenti come un
vortice che cancella memorie e ricordi, che rende superficiali le
esperienze, è una consapevolezza da cui scaturiscono le opere
delle giovani Martina Della Valle e Claudia Pozzoli. In
controtendenza rispetto a un tempo composto solo da attimi fugaci e
incalzanti, queste due giovani autrici creano immagini che si nutrono
di quiete, di attenzioni minime protratte nel tempo. In piccoli
specchi segnati e corrosi Martina Della Valle fa, ad esempio,
emergere figure e oggetti evanescenti che paiono tracce di ricordi
tenaci e di realtà interiori. Simili a un esercizio
spirituale, a una meditazione, le immagini di Invito al cielo di
Claudia Pozzoli ci pongono invece di fronte alle cavità
oscure di alcune tane di marmotte che divengono misteriose soglie su
uno spazio ignoto. Come contrappunto, in quelle della serie Oros,
alte e nere pareti montuose, che precludono l'orizzonte,
s'impongono come presenze perturbanti. Lei non descrive tali
montagne, ma ci restituisce la loro forza, il senso di oppressione
che esse rivelano là dove lo sguardo diviene relazione,
incontro intimo. Marco Campanini compie un viaggio nel mondo
dei dipinti del passato che, grazie al suo sguardo, divengono simili
a specchi capaci di riflettere ambiguamente la memoria e la storia.
Le sue fotografie di fotografie che riproducono dipinti, a quale
tempo e a quale spazio si riferiscono? Nella duplice capacità
di essere nel presente e di rivitalizzare il passato le sue opere si
animano sotto il nostro sguardo e si sottraggono così a una
temporalità stabile. Ombre che si allungano sulle scene
dipinte inghiottendo o evidenziando alcuni dettagli, effetti di
sfocatura e messe fuoco inaspettate alimentano un ondeggiamento
percettivo in bilico tra realtà e illusione estetica, mondo
della percezione diretta e mondo rappresentato, passato e presente.
Biennale di Salonicco 2008
Gigliola Foschi e Nina Kassianou