La fotografia fra pittura e filosofia
Ci sono mille modi per viaggiare e altrettanti per farsi accompagnare nei viaggi dalle fotografie, ma quello scelto da Marco Campanini ha il pregio di una assoluta originalità perché si rifà alla "promenade picturale", genere letterario settecentesco che prevedeva come percorso lo spazio immaginario di un dipinto. All' origine di questo progetto - 40 fotografie definite da un bel titolo, Lo Specchio e il Mito - non stanno solo le ascendenze fotografiche ma anche quelle filosofico-letterarie. Infatti il giovane autore parmense si rifà dichiaratamente al percorso immaginifico compiuto da Diderot nelle marine di Claude Vernet, alle fantasie dei ricchi borghesi impegnati nel Grand Tour, alle sperimentazioni linguistiche di Borges, Calvino, del gruppo Oulipo. L'idea, dunque, è quella di avvicinare l'obiettivo alla pagina di un libro, alla riproduzione di un quadro, a una stampa antica e lasciare che la luce e le ombre creino un panorama che la pellicola immobilizza in una immagine definitiva. Anche se è evidente e altrettanto dichiarata la lezione del Luigi Ghirri di Atlante e di Paesaggi di cartone, Campanini sceglie una strada personale che lo porta a considerare i suoi paesaggi virtuali come ipotesi scelte per verificare la realtà, e la scelta delle sue riprese come inevitabile conseguenza dei propri richiami culturali. Studente di filosofia, intende verificarne la vicinanza concettuale con la fotografia, e in questa ottica va intesa la ricerca di uno spazio che è insieme esterno e interno, come anche il tentativo di riprendere la pagina non per riprodurla ma per interpretarla. Usando una reflex con obiettivo macro e la sola luce naturale, il fotografo ottiene effetti di grande efficacia: la pagina si anima, le ombre attraversano i volti, le figure, i campi di battaglia conferendo alle immagini una vivacità inaspettata. Proprio come succede alla scrittura che permette al lettore di viaggiare pur restando seduto, le fotografie di Campanini, ottenute nello spazio della sua casa, ci proiettano verso un esterno immaginario e, come diceva con una felice intuizione Luigi Ghirri, ci permettono di pensare per immagini.
Roberto Mutti