Dialogo con Marco Campanini intorno a Collezione di Sabbia
Nell'Avventura di un fotografo Italo
Calvino narra tutto il disagio di Antonino Paraggi, incapace di
condividere l'entusiasmo della sua cerchia di amici per la
fotografia amatoriale, quella votata all'immediata rappresentazione
commemorativa del presente, desiderosa di salvare ogni momento come
possibile ricordo futuro, languidamente velato di malinconia e
rimpianto già nell'attimo in cui diviene preda dello scatto
fotosensibile. Tale attività appare agli occhi di Paraggi
inevitabilmente destinata a infrangersi contro un muro di aporie e
contraddizioni. Qual è, ad esempio, il confine tra la realtà
che viene fotografata in quanto ci appare bella, e la realtà
che ci appare bella in quanto è stata fotografata? E se tutto
ciò che è bello dovrebbe essere fotografato, allora
tutto ciò che non è fotografato è perduto, e
dunque per vivere bisognerebbe fotografare quanto più
possibile. Di conseguenza, non rimarrebbe quasi spazio per la scelta,
si dovrebbero scattare immagini in continuazione, «almeno una
al minuto»1,
ma ciò potrebbe solo portare al delirio della pazzia. Chi
volesse d'altronde limitarsi ad immortalare immagini idilliche,
apologetiche e pacificate, escluderebbe la dimensione problematica e
drammatica della vita e della quotidianità, rinchiudendo se
stesso nel recinto «della mediocrità e dell'ebetudine»2.
Ciò che Calvino intende porre in questione,
in questo racconto, è il problema della complessità e
del degrado concettuale dell'immagine così come prodotta
dall'uso amatoriale della fotografia. La riproduzione fotografica
del reale comprende infatti per Calvino una molteplicità di
istanze e interrogativi di natura etica e sociale, tutti ampiamente
irrisolti, sino ad investire più in generale il tema del
rapporto umano con lo spazio.
Dalla
raccolta di articoli di CalvinoCollezione di
sabbia prende il titolo il nuovo ciclo
fotografico di Marco Campanini, che si caratterizza come una
complessa indagine di matrice filosofica sulla natura metamorfica
propria della fotografia e dell'immagine contemporanea. La ricerca
dell'artista si è raccolta intorno ad un corpus di reperti
iconografici di origine fotografica, raffiguranti dettagli e
parzialità di installazioni ed opere di artisti contemporanei
non riconoscibili come tali. La prima evidenza restituita da queste
immagini è la loro non interpretabilità secondo un
usuale codice figurativo, così come la loro completa
estraneità all'autorialità tradizionale della
fotografia. Campanini non è, infatti, il loro autore “primo”,
ma solo il loro selezionatore (tramite il Web), e la sua intera
operazione artistica si caratterizza come una riproduzione e
riproposizione di files
già esistenti e attingibili dai percorsi telematici della
Rete. Queste immagini testimoniano così una rinunzia radicale
alla dimensione fattiva della fotografia intesa come uso di un
apparecchio per impressionare una pellicola o generare un'immagine
digitale. Allo stesso tempo esse smontano la pretesa della creazione
come dato autonomo, forte e autocratico, mettendo in dubbio la
possibilità di verificare la loro attendibilità.
Rimangono infatti ignoti gli autori delle immagini, i loro soggetti e
le loro provenienze, similmente a quanto accade a quasi tutte le
immagini prelevate da Internet e veicolate nei canali della grande
comunicazione. I canoni estetici classici di autonomia,
verosimiglianza e identità sono dunque annullati da Campanini
e sostituti da una dimensione di virtualità tecnologica, più
mentale che reale, amorfa e sfuggente, magmatica e indefinita. Alla
base di tale procedura artistica vi è la volontà di
riguadagnare un approccio critico riguardo alla produzione di
immagini, quello organico alla tradizione estetica occidentale, che
proprio dall'uso delle tecnologie appare sempre più sminuito
e dimenticato.
Tale
procedura criticista viene messa in atto nelle opere di Campanini in
termini paradossali, mediante la completa dissoluzione del processo
fotografico tradizionale, il quale si articola nella messa a fuoco
dell'obiettivo, nella strutturazione successiva delle inquadrature,
ecc... Essa muove dalla consapevolezza che il presunto carattere
“rivelativo” e “assoluto” dell'immagine era testimonianza
di un territorio vergine, quello dato dal rapporto tra realtà
e sua restituzione fotografica, oggi esaurito o reso mera ripetizione
industriale ad opera degli apparecchi di largo consumo. Come
anticipavano già negli anni Ottanta le riflessioni teoriche di
Vilém Flusser, è proprio l'attività
ingenuamente foto-diaristica a testimoniare il tramonto definitivo
dell'autenticità creativa individuale, omologata ai medesimi
standard e ai medesimi canoni dalle macchine commerciali prodotte in
scala industriale. Nelle argomentazioni di Flusser l'apparecchio
fotografico è infatti un« giocattolo complesso»3,
un black box di cui
l'utente ignora il reale funzionamento e con cui può solo
limitarsi a «giocare»4,
attivando le sue funzioni predeterminate. Le immagini tecnologiche
esiti di tali black boxes
non sono dunque il prodotto di una libera intenzionalità
creativa, ma l'attuazione di software
tanto complessi quanto standardizzati, capaci di controllare l'ignaro
soggetto umano che invano si illude di esercitare il suo libero
arbitrio creativo. L'intervento di Campanini intende portare in
primo piano tale processo storico, evidenziandone lucidamente gli
esiti ultimi e le sue conseguenze. È un atteggiamento che
nasce da una disillusione
inevitabile, e si propone di recuperare la vera natura e possibilità
delle immagini fotografiche contemporanee, prendendo il necessario
congedo da ogni forma di ingenuità. Nelle foto della
Collezione di Sabbia
la ritualità tradizionale della fotografia è così
archiviata e sostituita dalla pratica della “semplice” selezione
su materiale altrui. Alla messa a fuoco si sostituisce l'occhio
selettivo dell'artista che nelmare magnum
dell'universo iconografico contemporaneo seleziona ed evidenzia le
immagini più capaci di esprimere la natura e l'essenza del
rapporto dell'uomo contemporaneo con lo spazio.
Campanini
sceglie così di interrompere i legami con ogni procedimento di
tipo rappresentativo, operando una rinuncia quasi ascetica alla
produzione di nuove immagini. Proprio in questo atteggiamento di
astensione si
sostanzia la finalità critica più forte del suo lavoro,
la volontà di sganciarsi dalle logiche di bulimia visiva a cui
l'industria mediatica assoggetta ciascuno di noi. L'indistinzione
tra reale e virtuale, tra documentaristico e finzione, che
caratterizza la superficie media dell'immagine tecnica
contemporanea nell'ambito della veicolazione pubblicitaria,
televisiva o di semplice intrattenimento, ha infatti impregnato in
una ragnatela vischiosa la nostra soglia di attenzione e la capacità
di distinguere in piena libertà.
Così
la scelta dell'artista di operare su documenti fotografici già
esistenti, aniconici ed essenziali, evidenzia la volontà della
presa di distanza dalla produzione indiscriminata di immagini,
dall'ipertrofia inarrestabile dell'ingorgo comunicativo
contemporaneo. La scelta dell'indeterminatezza e della sospensione
dell'autorialità accomuna Campanini ad altri artisti
contemporanei interpreti della fotografia, come Thomas Ruff,
anch'egli impegnato in un'attività selettiva dal Web;
l'artista tedesco, tuttavia, è rimasto legato alla
riconoscibilità figurativa dell'immagine, alle sue
potenzialità plastica e narrativa. Campanini opera, al
contrario, una scelta più cruda e letterale, escludendo ogni
residuo di figurazione e mimesis dalle
proprie opere, giungendo così a un grado zero radicale, dove
le immagini sono solo tracciature di segni, regesti di geometrie e di
percorsi visivi, prive oramai di ogni verificabilità
filologica. La selezione si manifesta, così, come spazio
mentale, come luogo di creazione di secondo grado, a partire dalla
messe di immagini tecnologiche da altri già realizzate e a
tutti accessibili.
L'operazione
di Campanini è dunque una provocazione concettuale, un
esercizio di sospetto
teso a riguadagnare coscienza sulla vera natura delle immagini
tecniche contemporanee. All'origine delle immagini in mostra vi è,
infatti, un approccio sinteticamente analitico, teso
all'evidenziazione della processualità tecnologica vincolata
che sta dietro all'oggetto fotografico. Le iconografie privilegiate
da Campanini rivelano la “struttura” della fotografia, intesa
come il complesso di pratiche tecniche, scientifiche e culturali che
rendono possibile l'esistenza stessa dell'immagine. Non dunque la
fotografia “sovrastrutturale”, come esercizio di stile e
variazione sul tema, ma fotografia come approccio di freddezza
analitica e di costante riflessione culturale piuttosto che
divagazione formale.
Si
chiarisce così l'evocazione calviniana del titolo: da un
lato la collezione di sabbia
allude infatti all'ineluttabilità della crisi pulviscolare a
cui è soggetta l'immagine tecnica contemporanea, abbandonata
a un destino di vacuità e molteplicità inarrestabile,
dall'altro racconta al tempo stesso della possibilità del
riscatto e del rinnovamento. Quella che Calvino chiamava la
«struttura silicea
dell'esistenza»5
adombra infatti la possibilità umana di distillare una
ricchezza dalla dispersione, una qualità critica nuova
dall'erosione, mediante l'esercizio del pensiero critico.
Così Campanini sembra accogliere questa
suggestione per richiamare alla necessità etica della
selezione, intesa come esercizio autocritico di discernimento e
valutazione, come pratica di autonomia e volontà non
condizionata, all'interno di un universo iconografico ormai
infranto e non più ricomponibile.
1 I. Calvino, L'avventura di un fotografo, in id., Gli amori difficili, Milano, Arnoldo Mondatori, 2002, p. 53.
2 Ibid.
3 V. Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, Berlin, European Photography Andreas Müller-Pohle, 1983. Trad. it. di C. Marazia, Per una filosofia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 2006, p. 36.
4 Ivi, p. 33.
5 I. Calvino, Collezione di sabbia, in id., Collezione di sabbia, Milano, Arnoldo Mondadori, 2002, p. 9.
Luigi Fassi