La fotografia e il naufragio
Appunti su Collezione di Sabbia
In quell'Impero, l'Arte della Cartografia raggiunse una tale
Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una
Città, e la Mappa dell'Impero, tutta una Provincia. Col
tempo, codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei
Cartografi eressero una Mappa dell'Impero che uguagliava in
grandezza l'Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite
allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive compresero
che quella vasta Mappa era Inutile e non senza Empietà la
abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degl'Inverni. Nei Deserti
dell'Ovest rimangono lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali
e Mendichi; in
tutto il Paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche 1.
Riflettendo sulla fotografia percepisco costantemente una vertigine
analoga a quella che Calvino adombra in più di un passo della
sua letteratura e confessa in una delle Lezioni americane,
quella sull'Esattezza: la fascinazione, nel fare artistico,
per l'oscillazione tra i processi combinatori e la sintesi
geometrizzante, da una parte, e uno sconfinamento espressivo
“manieristico” suscitato dall'attrazione per l'infinito,
dall'altra; strenua ricerca d'una «struttura silicea
dell'esistenza»2
intesa come l'ordine generale e segreto che sottende il mondo e lo
rende intelligibile, la prima; mathesis singularis3
(per usare l'espressione di Roland Barthes), come scienza del
particolare e dell'unico, la seconda.
Del resto, in modo più o meno consapevole, qualsiasi
operatore che si serve del mezzo fotografico deve ineludibilmente
confrontarsi con la dialettica tra la potenzialità sintetica
e quella “analitico-dispersiva” insita nello stesso.
La fotografia tutta muove tra questi due opposti, tra l'ossessione
per la creazione d'immagini fortemente iconiche, emblematiche,
“definitive”, “immortali”, e il carattere entropico,
dispersivo e caotico che caratterizza sia un certo uso dell'immagine
che la fruizione di massa della stessa.
Di fronte all'assediante complessità del reale e della
comunicazione contemporanea amo pensare al fotografo come a un
collezionista e a un cartografo, figure care non solo a Calvino e a
Borges, e che richiamano al pensiero maestri come Luigi Ghirri o
Joachim Schmid, solo per citarne alcuni; figure cariche d'allusione,
che sintetizzano metaforicamente problematiche e interrogativi
inerenti al rapporto tra uomo, immagine e mondo.
Gli stessi problemi a cui Calvino ha dato una forma esemplare nelle
pagine di Collezione di sabbia, nel cui titolo dal gusto
ossimorico già riecheggia il seducente tema dell'arduo
tentativo di predisporre un ordine in ciò che è di per
sé informe. Lo scrittore descrive qui la passione per il
collezionismo come una necessità spesso esistenziale,
primaria, talora anche ossessiva di chiarezza e di dominio
intellettuale sul mondo, nella misura in cui collocare un oggetto e
predisporre una raccolta significano organizzare, scandire,
catalogare ciò che prima affondava nell'informe e
nel pre-razionale, nel tentativo di ripristinare un ordine e
un'intelligibilità, se non originari, quantomeno propri.
Nell'attività del collezionare noi veniamo a dominare non
solo lo spazio ma anche il tempo, come Baudrillard scrive ne Le
système des objets4,
intrecciandoli per rinnovare la comprensione e la modellizzazione
del reale; un'operazione che si caratterizza per la
radicalizzazione del senso della vista e della sua tensione
all'onnicomprensione e per lo sforzo di far seguire alla
perlustrazione scopica dell'estensione del mondo anche un pieno
controllo e una razionalizzazione ottica e concettuale dello stesso.
Pensando a ciò che significa produrre immagini oggi, in
un'epoca segnata da una costante inflazione delle stesse,
veicolate dai più diversi canali della comunicazione e
onnipresenti in modo invadente in ogni ambito della nostra vita, non
ci si può che interrogare sul senso della creazione come
operazione che aggiunge anche una sola immagine allo sterminato
coacervo iconografico prodotto dal nostro tempo.
Tanto più cresce l'offerta d'immagini quanto più
ritengo sia palese l'urgenza di soffermarsi ulteriormente sul
momento critico della riflessione e del discernimento rispetto alle
stesse; da cui deriva tutta l'attualità di una pratica
fotografica intesa non come creazione individuale da parte di un
genius post-romantico ma come esercizio estremo e
assolutamente progettuale, razionale, misurato di selezione nello
sterminio delle immagini presenti: il tentativo di strappare alla
sabbia del mondo, a un'erosione delle forme che non di rado
s'accompagna alla spoliazione di ogni interrogativo critico, una
nostra collezione di frammenti significanti legati da un comune
orizzonte di senso.
Affiora alla mia memoria quel racconto dal gusto come sempre
surreale in cui Borges5
narra di una carta geografica in scala 1:1 di un impero immaginario,
la quale, sovrapponendosi e corrispondendo perfettamente allo spazio
fisico che rappresenta, di conseguenza risulta inservibile e
inutile. Con esso lo scrittore argentino ci ha consegnato una
riflessione sul carattere problematico d'ogni operazione di
sintesi e “segnatura” del mondo: lo ha fatto attraverso
la descrizione di una mappa che ostenta la sua orgogliosa autonomia
d'oggetto innanzitutto intellettuale prima che materiale, e che
metaforicamente si espande e si dirama come le appendici della
mente, si moltiplica e si rinnova, annunciando ogni volta il
carattere ambiguo e duplice del rapporto tra pensiero e realtà.
Come di fronte a questa carta borgesiana, al tempo stesso la più
realistica e la più astratta possibile, il senso di
straniamento di fronte alla babele delle immagini da cui siamo
quotidianamente bombardati dalla comunicazione contemporanea ci
invita a prendere le mosse sulla scacchiera del mondo, a fare le
nostre scelte, ad avventurarci in un impegnativo e responsabile atto
di selezione critica.
Nel ciclo Collezione di Sabbia mi sono confrontato con
quell'enorme ricettacolo iconografico rappresentato dal Web, che
costituisce per eccellenza un universo del multiforme e del
frammentario, nonché, talora, dell'ambiguo e
dell'aleatorio; come un quadro di Shusaku Arakawa6,
questa sorta di “iper-mappa” contemporanea racchiude in sé
un duplice connotato “dimensionale”, poiché è
contenuta nello spazio e ne è “contenitore” al tempo
stesso, ed evoca suggestivamente un processo mentale e visivo
spiraliforme di regresso e d'inclusione all'infinito, analogo a
quello che Josiah Royce ha icasticamente descritto con un'altra
mappa immaginaria in The World and the Individual7.
È proprio l'immagine metaforica della spirale come compare
alla fine de Le Cosmicomiche8
il cui emblema collocherei a vessillo del mio lavoro: essa si
sviluppa in un movimento infinito d'avvitamento interno a cui è
inaccessibile il centro, che risulta irraggiungibile, ed evoca
perfettamente il meccanismo della memoria, che procede a ritroso
senza poter mai far luce su ogni aspetto del ricordo e sui suoi
stessi presupposti, in quanto percorso verso un'origine remota, un
punctum generativo mai focalizzabile; essa suggerisce,
inoltre, l'immagine merleau-pontiana del farsi della visione in
senso storico e percettivo all'interno della realtà, tale
per cui il vedere stesso, pur specchio con cui il mondo guarda se
stesso, è sempre cieco rispetto alla propria natura ultima,
al proprio “centro”9.
La mia perlustrazione degli “spazi” del Web è da
intendersi come confronto con questa esperienza e questo sentimento
dell'accecamento e dell'oblìo, in una costante
interrogazione sul carattere radicale del nostro rapporto con la
visione.
Addentrandomi nell'esplorazione di questa nuova e immensa camera
obscura mi pongo il problema del senso della creazione
fotografica nel confronto dialettico con questo “spazio-mente”,
un quantum continuum che costituisce una dimensione ambigua,
fluida, dinamica, metamorfica, onnivora, una grande raccolta che
trasversalmente abbraccia umano e post-umano, una “collezione di
tutte le collezioni” che ci propone un rapporto con l'immagine e
con la storia delle stesse completamente nuovo rispetto alla prassi
del passato.
Ho voluto guardare a questo territorio
d'ibridazioni con una “freddezza” operativa non lontana da
quella con cui Alain Robbe-Grillet si serve nella sua opera
narrativa, in cui la descrizione delle forme del mondo
tecnico-produttivo mediante il massimo sforzo di spersonalizzazione
oggettiva si fa interiore, «diventa sguardo»10,
e culmina in una profonda interiorizzazione, in un modo personale di
relazionarsi e interpretare la realtà.
Quest'orizzonte di “naufragio” nella moltitudine delle
immagini contemporanee dischiusa dal Web, in bilico tra interiorità
della “mente” e della macchina ed
assoluta esteriorità, sembra evocare i meandri d'un eterno
labirinto sospeso tra entropia e forma, tra chaos e kosmos:
ciò con cui, in fondo, Antonino Paraggi si confronta nel
finale de L'avventura di un fotografo11,
ormai consapevole che la fotografia, questa “surreale tautologia”,
si colloca in una storia in un certo senso stazionaria e rinnova
costantemente se stessa interrogandosi quasi ossessivamente su poche
essenziali questioni.
Nelle mie “fotografie” ho tentato di suggerire uno spazio
perennemente diviso tra la forma e la dissoluzione della stessa,
instabile e multiforme come il pensiero, penombrale e misterioso;
dimensione fluttuante della mimesis ambigua, «magma»12
che accoglie ogni doublure e diviene oggetto di una
metafotografia che, se da una parte costituisce una coerente
evoluzione rispetto ai miei cicli fotografici passati, dall'altra
si carica di un inedito aspetto di denuncia culturale e civile.
Il “presente storico” in cui colloco le immagini di Collezione
di Sabbia è un piano illimitato in cui si fondono passato
e futuro, e in cui non interrogo più momenti o modelli
riconoscibili della storia dell'arte, ma intendo evocare la
progressività del perpetuarsi e rinnovarsi delle forme
significanti e la transitorietà delle relazioni che
intercorrono tra le stesse; il nodo centrale della mia opera
diviene, così, la domanda radicale sul senso e sullo sviluppo
del processo creativo come fare comunicativo in senso lato, nella
coerente rinuncia ad esibire una qualsivoglia originalità
autoriale in termini di riconoscibilità stilistica meramente
formale.
In questo senso, il “furto” e il prelievo da opere altrui
rappresentano il tentativo di evocare il “meccanismo” che
sottende al “sistema delle immagini” nel suo complesso,
inaugurando una rinnovata attenzione alla profondità
problematica degli aspetti non-sovrastrutturali dello stesso. Del
resto, anche Calvino sosteneva che «tradurre è il
sistema più assoluto di lettura»13,
in quanto è la pratica principale che permette di svelare la
dimensione strutturale nascosta nelle opere e nei testi, e di
rielaborarne la forma e il senso: in questa prospettiva, nel mio
lavoro a tratti riecheggiano quasi la serenità e la
leggerezza del copista, che concilia pacificamente la dimensione
della ricezione con quella della rielaborazione.
Nondimeno, gli interrogativi suggeriti da Collezione di Sabbia
sono anche rivolti al Web come dimensione in cui si condensano e si
realizzano in modo radicale gli aspetti più significativi del
sistema di produzione e diffusione delle immagini di massa così
come analizzati da Vilém Flusser in Für eine
Philosophie der Fotografie14.
In quanto appendici cibernetiche, gli apparecchi fotografici e di
riproduzione iconica programmano la nostra vita favorendo la
soppressione della facoltà critica e un dilagante
«analfabetismo»15
visivo al servizio del sistema economico-politico che sottende
l'industria delle immagini: quest'ultime si riversano nel Web,
nella televisione e negli altri canali comunicativi non chiedendo
altro che di essere consumate acriticamente.
Come Flusser, occorre interrogarsi sulle strategie atte a recuperare
all'interno dello «spaziotempo»16
fotografico quella dimensione di libertà e incisività
intellettuale che gli apparecchi, le macchine, gli apparati e
l'establishment mediatico tutto vorrebbero anestetizzare,
costringendoci a una servile assuefazione alle immagini ridondanti
da essi propugnate; in tal senso, è necessario acquisire
piena consapevolezza della portata non solo culturale ma anche
civile, politica e sociale della riflessione sul rapporto tra uomo e
immagine in un'epoca idolatrica17
come la nostra.
Il fotografo è un pensatore che rivolge una costante domanda
di senso all'esistenza o un mero «homo ludens»18
calato nell'intorpidimento critico e concettuale?
Siamo qui per realizzare meccanicamente tutte le possibilità
dell'apparecchio o per esercitare il nostro libero arbitrio?
Avverto come sempre più urgente ed essenziale per la
fotografia la ricerca di un linguaggio che non indulga alla
magniloquenza e all'autosufficienza, ma che nasca dal silenzio, e
si collochi in uno stato di continuo “ascolto” di tutto ciò
che è più difficilmente esprimibile, dell'invisibile
che ci circonda.
Una fotografia che sia autenticamente intreccio d'orizzonti
in cui si realizza la continua compenetrazione tra il pensiero e il
mondo, e attraverso cui ricostruire una nostra collezione, una
nostra storia, una continuità nella memoria, rispetto ad un
tempo che si è frantumato, disarticolato, «sparpagliato
senz'ordine sulla superficie accidentata dello spazio»19.
Gennaio 2008
1 J. L. Borges, Del rigor en la ciencia, “Los Anales de Buenos Aires”, año 1, n. 3, 1946, p. 53. Trad. it. Del rigore nella scienza, in id., Tutte le opere, vol. I, a cura di D. Porzio, i Meridiani, Milano, Mondadori, 2005, pp. 1252-1253.
2 I. Calvino, Collezione di sabbia, 1974, in id., Collezione di sabbia, Milano, Garzanti, 1984, p. 13.
3 Cfr. I. Calvino, In memoria di Roland Barthes, 1980, in id., op. cit., p. 81.
4 J. Baudrillard, Le système des objets, Paris, Gallimard, 1968. Trad. it. di S. Esposito, Il sistema degli oggetti, Milano, Bompiani, 1972, 20042, p. 122.
5 J. L. Borges, op. cit., p. 1253.
6 I. Calvino, Per Arakawa, 1985, in id., Saggi, Milano, Arnoldo Mondadori Ed., 1995, pp. 2001-2005.
7 J. Royce, The World and the Individual, New York, The MacMillan Company, 1900-1901.
8 I. Calvino, La spirale, in Le Cosmicomiche, 1965, in id., Romanzi e racconti, vol. II, Milano, Arnoldo Mondadori Ed., 1992, pp. 207-221.
9 Cfr. M. Merleau-Ponty, L'Oeil et l'Esprit, datato luglio-agosto 1960, Paris, Gallimard, 1964. Trad. it. di A. Sordini, L'Occhio e lo Spirito, Milano, SE, 1989.
10 I. Calvino, La sfida al labirinto, 1962, in id., Saggi, cit., p. 119.
11 I. Calvino, L'avventura di un fotografo, in Gli amori difficili, 1970, in id., Romanzi e racconti, vol. II, cit., p. 1096.
12 I. Calvino, Il mare dell'oggettività, 1959, in id., Saggi, cit., p. 54.
13 I. Calvino, T. Pericoli, Furti ad arte, 1980, in I. Calvino, Saggi, cit., p. 1807.
14 V. Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, Berlin, European Photography Andreas Müller-Pohle, 1983. Trad. it. di C. Marazia, Per una filosofia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 2006.
15 Ivi, p. 81.
16 Ivi, p. 41.
17 Ivi, p. 6.
18 Ivi, p. 30.
19 I. Calvino, Il crollo del tempo (su alcuni disegni di Saul Steinberg), 1977, in id., Romanzi e racconti, vol. III, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, p. 409.
Marco Campanini