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Recensione a Radici d'acqua

L’acqua e il paesaggio sono due componenti figurative al centro della poetica del grande cineasta russo Andrej Tarkovskij. Si tratta di elementi che hanno nel cinema dell’autore di Stalker e Nostalghia un doppio ruolo: metaforico, da una parte, strettamente collegato al ricordo e a sensazioni concrete dei personaggi, da un’altra.
Quello di Tarkovskij è solo un esempio ma se si va ad analizzare la storia delle arti visive e pittoriche non è difficile rendersi conto di una questione: tali fattori ritornano nelle cifre espressive di pittori, registi e fotografi con una consuetudine straordinaria. E’ dunque ovvio che anche ai giorni nostri ci siano autori particolarmente sensibili a queste tematiche, ancor più quando il loro lavoro è inserito in un contesto culturale che ha a che fare con il monitoraggio e la salvaguardia del territorio.
La mostra allestita a Reggio Emilia nella suggestiva cornice dei Chiostri di San Domenico intende essere proprio una riflessione ampia e attuale su argomenti spesso al centro di "battaglie storiche" per la tutela dei beni naturali. Il progetto è nato dall’iniziativa della sezione reggiana di Italia Nostra, associazione molto attiva nel campo della salvaguardia del territorio e del patrimonio artistico e architettonico italiano.

La scelta delle opere fotografiche e la cura dell’allestimento sono state affidate al critico fotografico Daniele De Luigi, che come affermato nel saggio introduttivo pubblicato sul catalogo della mostra ha "deciso di coinvolgere artisti il cui utilizzo della fotografia si rifacesse a linee di ricerca anche molto differenti, frutto delle diverse eredità confluite nella giovane fotografia contemporanea…". Tale opera di selezione ha permesso al curatore di edificare un’architettura espositiva non convenzionale, varia e in grado di attraversare territori stilistici apparentemente in contrasto tra loro ma in grado di far emergere dimensioni creative stimolanti e in qualche occasione non così distanti come potrebbe sembrare.
Gli autori presenti sono tutti sotto i trentacinque anni e in un caso, quello di Marco Campanini, addirittura sotto i venticinque anni. Proprio la sala occupata dalle immagini di questo giovanissimo e promettente artista rappresenta il vertice concettuale e lirico della mostra. Campanini ha elaborato delle "vedute a volo d’uccello" su antiche mappe della zona di Reggio Emilia. Ha in sostanza concepito e messo in pratica una sorta di riproduzione di una riproduzione della realtà, "gioco" raffinato e mentale basato anche sull’abile utilizzo delle sfocature. Il fotografo di Fidenza ha percorso una strada "teorico-pratica" che ha più a che fare con la filosofia dell’immagine e dei segni che con la rappresentazione analogica dell’esistente. Il suo approccio applicato alla fotografia ci fa venire in mente la concezione che del cinema aveva Stanley Kubrick (anch’egli fotografo in gioventù), il quale sosteneva come il cinema fosse "la fotografia della fotografia della realtà".

Una dimensione concettuale è presente anche nei lavori di Teodoro Lupo e Federica La Rosa. Il primo ha posto il suo sguardo di fronte al contesto visibile, esaltando lo stretto rapporto tra questo elemento e l’acqua ed evidenziando il suo legame con la tradizione della raffigurazione del paesaggio ma anche proponendo una connotazione sottilmente straniante, enigmatica. La seconda introduce invece il fruitore in un mondo onirico, fatto di sfumature cromatiche, ombre, forme appena percepibili. Il corpo immerso nell’acqua diventa componente misteriosa di un universo spesso insondabile e dalle caratteristiche psicanalitiche.
Infine, il francese Vincent Breton e il milanese Marco Manfredini. Mentre l’autore di Salon-de-Provence (Francia) ha presentato un lavoro dalla solida struttura compositiva, il fotografo lombardo ha preferito esprimersi nel campo del cosiddetto reportage. Entrambi hanno utilizzato il bianco e nero, ma mentre nel caso di Breton, l’impostazione estetizzante delle inquadrature, basate su intrecci di forme e linee e sul sezionamento degli spazi, rimanda lo sguardo del visitatore a una fotografia dal respiro classico ma anche in grado di far emergere l’autonomia poetica dell’autore, in quello di Manfredini si avverte una sorta di "conformismo" espressivo, difetto ormai dilagante nel compresso e caotico panorama del reportage italiano.

Art Kovacs