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Grand Tour

Alla rinascita dell'Europa come spazio culturale comune, sullo scorcio del XVI secolo, invalse nei giovani dell'aristocrazia intellettuale inglese, francese, tedesca l'usanza di compiere un viaggio al di fuori della propria nazione per completare la propria educazione. Questo viaggio di formazione laico, che prese il nome di "Grand Tour", ebbe nel Settecento il suo secolo d'oro, e nell'Italia la meta privilegiata.
Valicate le Alpi, essi mettevano alla prova i concetti di gusto e di bello, verificando la soggettività e l'imprevedibile varietà dell'esperienza estetica; al contempo il sapere scientifico, nella sua smania di oggettivazione del reale, poneva le basi di una modificazione della percezione stessa del paesaggio grazie al lavoro di schiere di ingegneri-geografi, per lo più francesi, intenti a costruire un'immagine dettagliata del mondo con strumenti di misura sempre più sofisticati. Alexander Von Humboldt, che di viaggi e di mondi se ne intendeva, avrebbe tuttavia compreso di lì a poco, con una straordinaria e anticipatrice intuizione, che la dimensione non misurabile, ma nondimeno fondamentale per comprendere lo spazio geografico è la Storia, mai disgiunta dall'esperienza concreta dei luoghi. Il senso più profondo del viaggio, riservato agli spiriti più alti, era allora il compimento, per mezzo della visione, di un'esperienza che si potrebbe definire sublime: quella della vastità del tempo storico, colta nella stratificazione delle epoche e delle civiltà. J. W. Goethe ne fu un interprete d'eccellenza.
La storia come quarta dimensione è forse la chiave per comprendere il lavoro del giovane artista italiano Marco Campanini, e in particolare questa serie di fotografie. Con tanta semplicità di mezzi, quanta finezza e rigorosa consapevolezza, pur non priva talvolta di pathos, egli opera qui una sottile riflessione su questo complesso intreccio di tematiche che continuano a interrogare il nostro presente. Le immagini dell'epoca del Grand Tour, dipinti o acqueforti, sono tratte da libri illustrati, a lungo sfogliati, meditati, infine oggetto di una riproduzione che ce ne offre una restituzione volutamente soggettiva e parziale. Il suo lavoro prende le mosse dall'opera magistrale di Luigi Ghirri, che concepiva la fotografia come sistema di significazione del reale, ivi comprese le sue stesse rappresentazioni: «la differenza tra riproduzione e interpretazione - scriveva infatti questo - dà luogo a infiniti mondi immaginari». Marco Campanini si ispira altresì al genere letterario della promenade picturale, inventato da Diderot: come questo descrive i paesaggi del pittore Vernet, ambientando al loro interno brevi narrazioni che si trasformano in digressioni filosofiche, l'artista realizza le sue promenades con il moderno linguaggio della fotografia. Sulla rappresentazione del paesaggio settecentesco, delle rovine, dei luoghi del mito prende corpo così un nuovo viaggio della visione, ma stavolta come in uno specchio che è quello della memoria, della storia.
La sua tecnica è volta a selezionare in senso simbolico, mediante l'illuminazione e la messa a fuoco, gli elementi della rappresentazione: le cose assumono un nuovo significato, le figure un nuovo carattere, tutto una nuova luce. Una strada procede dall'oscurità al chiarore; dal buio pure si innalza un uomo per poter ammirare l'incanto di un golfo. Un altro, in contemplazione estatica, ci appare come nell'occhio immobile di un turbine interiore.
L'attualità delle fotografie di Campanini è nel loro essere strumento di riflessione sul senso e il divenire delle immagini, attraverso una sorta di "riuso dell'antico" filtrato dalla cultura contemporanea, ma anche nella trasformazione della luce stessa in soggetto. Una luce che ora irraggia di nuovo il Prato della Valle, come ora pare cedere al buio, pronto a inghiottire per sempre le rovine piranesiane, o entrambi i contendenti di un campo di battaglia.

Daniele De Luigi