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Intervista a Marco Campanini

R.D. – Quello che emerge nel tuo lavoro, evidentemente, è uno sguardo sul reale indiretto, trasversale, allusivo. Te ne servi per delineare percorsi immaginifici che si collocano tra il tempo dei fenomeni e una dimensione quasi immemoriale, originaria.

Quale funzione primaria attribuisci alla tua ricerca artistica ?


M.C. - Confermerei con Giulio Paolini un’idea dell’artista come abitatore innanzitutto del tempo, prima che dello spazio, e come figura in perenne equilibrio tra il filo di una soggettività storicamente determinata e l’orizzonte di una filogenesi che ci chiama a intervenire e a fare le nostre mosse, più o meno prevedibili, autonome o meno, sulla scacchiera dell’universale. Di fronte a quella grande “tassonomia” che è la storia dell’arte, panoptikon sull’uomo e sul suo linguaggio, un’ombra fuggitiva insinua l’azzardo di una trasversalità dello sguardo che moltiplichi la visione e scombini le carte del mazzo, ridefinisca il rapporto tra realtà e rappresentazione nei termini di uno scambio osmotico, ambiguo e, in definitiva, mai risolvibile in alcuna rassicurante conciliazione.

Una sorta di metafisica minore, uno sguardo interrogativo sul linguaggio e sul suo stesso vedere, orfano di quel “miracolo” montaliano che è l’apparizione, pur fugace, della dimensione invisibile e imprescindibile che sottende a ogni nostra esperienza e percezione della realtà.


R.D. – Sviluppi il tuo lavoro attraverso procedimenti combinatori, meta-linguistici, di ricostruzione e rielaborazione di strutture semantiche che focalizzi e prelevi da un’iconografia storicizzata.

Questo campo d’indagine circoscritto a una realtà di secondo grado è forse sintomatico di un atteggiamento critico e disilluso verso le pretese di “assolutezza” e di “onnipresenza” dell’immagine fotografica nella nostra epoca ?


M.C. - La mia è un’operazione etimologica ed archeologica, che attinge a un repertorio ampio, più o meno noto, storicizzato. E’ interessante sperimentare la dialettica dei segni, i rimandi interni ed esterni alle immagini, l’universo fluido e mutevole dell’accumulazione iconica, in cui ogni evidenza e apparentemente immediata referenza è ricontestualizzata e riproblematizzata. Passare in rassegna i modelli rappresentativi, sintetici del mondo, attraverso il mezzo fotografico, significa ridiscutere la stessa “liceità” e potenzialità di questo medium, in un’epoca in cui l’immagine mediatica del reale precede la sua fruizione e fruibilità dirette. Per il senso comune, quest’immagine costituisce un presunto originale a cui subordinare ogni altra rappresentazione e forma storica; alla fotografia come “musa autoritaria” ho sostituito una musa interrogata da se stessa e dal suo passato, inquieta e melanconica come una marina di Vernet o una piazza di De Chirico: la promenade picturale è la forma visiva di questo mio percorso immaginifico.


R.D. – Nella tua ricerca lo “sguardo” dell’ottica sembra scandagliare una profondità che si estende nel tempo e nello spazio, invitandoci ad addentrarci in questi non-luoghi come in labirinti evocati dall’intersecarsi di una molteplicità di dimensioni e prospettive di lettura.

Una sorta di mimesis obliqua, utopica….


M.C. - Cosa è, se non utopica, la dimensione dell’incontro tra l’opera, la sua storia e il mondo dello spettatore ? E’ il non-luogo in cui s’intrecciano e “contaminano” questi due agenti, da cui si dipartono molteplici possibili nuove “narrazioni”, direttrici di senso. Assistiamo a una dialettica proteiforme, in cui lo spettatore è artefice, astante e soggetto artistico al tempo stesso, interlocutore privilegiato senza cui la stessa intelligibilità dell’opera viene meno; e quest’ultima è contenuto e contenitore, orizzonte abbracciante e anticipante del nostro vedere, ma anche punctum informe e “assolutamente altro” rispetto al nostro sguardo carico di aspettative e “storicità”. Medesimo è il mio rapporto con il soggetto fotografato, e la fotografia è la “metafora vivente” di questa esperienza di interrogazione, di disvelamento e di rioccultamento.

La mia fotografia è utopica.


R.D. – C’è un elemento essenziale nelle tue immagini, ed è quello di un’evocatività quasi letteraria.

In che modo ti confronti con l’esigenza di conferire una forma narrativo-spaziale alle tue opere ?


M.C. - La “sintassi” rigorosa e ponderata delle mie immagini è il viatico per una lettura analitica, metaforica e narrativa delle stesse, microcosmi che vorrebbero dischiudersi come infiniti universi intersecantisi l’uno con l’altro. Quasi pascalianamente, vorrei evocare l’esperienza del Sublime estetico nell’esplorazione di uno spazio onnivoro e polimorfico, che nell’infinitamente piccolo abbraccia l’infinitamente grande, l’affascinante e al contempo angosciante profondità dell’Essere.


R.D. – Questa traduzione infinita delle immagini, in cui sembrano riecheggiare echi warburghiani, che significato assume nella tua analisi della meta-storicità del linguaggio visivo ?


M.C. - Il rapporto tra originale e copia, natura e artificio, è uno dei topoi che più interrogano la storia dell’arte. Cosa è, se non illusoria, la presunta “naturalità” di qualsiasi immagine, in quanto “opera ultima” di un processo culturale di ricodificazione e trasmissione in perenne evoluzione ? Lavorare su una riproduzione significa esplicitare il carattere storico e culturale di ogni creazione artistica, suggerire nell’opera la coesistenza di passato e futuro, memoria e preveggenza. Significa guardare alla stessa sia come a un testimone e che come a un messaggero.


R.D. – Se la tua è una poetica del vedere come suggestione simbolica e momento dialettico tra un’inesauribile esteriorità e un’irriducibile interiorità, la tua visione non può che essere rarefatta, lucidamente essenziale, perennemente autoriflessiva e problematica...


M.C. - Vuole essere una visione mentale, intellettualmente illuminata, evocatrice di una spazialità amplificata, metaforicamente e allusivamente ridondante. Un coacervo di immagini storiche e oniriche, una darsena in cui sostare per riattivare lo sguardo e il pensiero prima di riprendere la navigazione, nel ricordo e nel desiderio di viaggi e mete futuri, come in un quadro di Lorrain.

Un’apertura sull’enigma della visione e del pensiero.

Roberto Daolio