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Marco Campanini

Nel celebre quadro di Van Eyck, che ritrae i coniugi Arnolfini mentre celebrano il loro matrimonio, domina un’atmosfera misteriosa, magica. L’osservatore percepisce che c’è qualcosa da scoprire: un messaggio celato nel piccolo specchio appeso al muro, che costituisce un occhio indiscreto, uno sguardo penetrante. Le fotografie di Marco Campanini sembrano filtrate dallo stesso sguardo indiscreto: un cannocchiale puntato su epoche lontane, su volti di nobili signori, su vedute alla Grand Tour e su architetture utopiche settecentesche.
Nato a Parma, Marco Campanini è stato indicato dalla critica come giovane promessa dell’arte italiana. Attraverso la fotografia costringe, prima di tutto, lo spettatore a svolgere una riflessione sull’azione stessa dell’osservare. Nei suoi lavori – per la maggior parte fotografie di dipinti riprese da libri – ciò che conta soprattutto è lo scorcio della visione. Piazze, folle di uomini in movimento o volti in primo piano divengono, ancor prima che soggetti autonomi, spunti per vere e proprie riflessioni semantiche sull’osservazione. E’ Campanini stesso a ripensare al significato della propria ricerca fotografica: « Scandagliare le forme del simbolico, storiche e possibili, indagare la ragion d’essere della fotografia intesa come una grande camera obscura orientata sul mondo e sul pensiero umano ».
L’ambiguità e il mistero sono tradotti nelle sue opere attraverso zone di buio e fuorifuoco, che nei ritratti e nei primi piani accentuano le fisionomie di personaggi, colti in gesti minimi con sguardi assorti, mentre nelle scene di campo mettono in risalto particolari del cielo e del paesaggio. La sua fotografia riesce ad andare oltre ciò che l’opera di per sé trasmette, scavando nei visi dei personaggi, dei quali è indagata nel profondo la psicologia, attraverso le zone d’ombra. Persino i lineamenti dei soggetti sembrano mutare, mettendo in evidenza le caratteristiche somatiche più forti e particolari.
Le tecniche utilizzate sono estremamente semplici. Nella raccolta “Lo Specchio e il Mito”, usando una reflex con obiettivo macro e la sola luce naturale, Campanini svolge una vera e propria “promenade picturale” attraverso il genere letterario settecentesco che prevedeva come percorso lo spazio immaginario di un dipinto. Rilevando alcuni pigmenti di colore e accentuando o diminuendo la luce, Campanini usa la propria stanza come una camera ottica seicentesca per “giocare” con l’immagine. Lo spettatore si trova, così, davanti una figura rielaborata da tre passaggi di mimesi: del pittore, del fotografo che ha riprodotto l’opera per il libro e dell’intervento finale di Campanini che interpreta ancora una volta il soggetto attraverso l’obiettivo. Le sue opere contengono una stratificazione di riflessioni e letture: l’oggettività del mezzo fotografico è negata da una vis espressiva intensa e pregna di significati, in primis filosofici, frutto degli studi dell’artista. Un ulteriore passaggio si nota nella recente serie “Gli Spazi dell’Utopia”, esposta il giugno scorso alla galleria Vitamin Arte Contemporanea di Torino. L’artista dedica il nuovo ciclo fotografico alle rappresentazioni delle architetture utopiche di Etienne Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux, autori del razionalismo illuminista francese. Le sue immagini, che risentono fortemente dell’opera di Luigi Ghirri, si caricano di valenze simboliche, di intrecci labirintici e concettuali. Le architetture fantastiche dei due francesi sono elaborate da giochi di luce e ombra che ne accentuano il mistero e le valenze enigmatiche. Campanini svela in un’intervista un motivo della sua ispirazione, “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino, dove la narrazione è costruita per accostamento di immagini che necessitano del filo conduttore che solo l’artista-viandante può fornire. Altrettanto pregnante è il paragone tra l’opera di Campanini e l’Atlante di Aby Warburg . Anche in questo caso è l’accostamento di immagini a parlare e a costruire una narrazione compiuta, attraverso una cartografia fantastica . Lunghe peregrinazioni alla ricerca “delle tracce di un immaginario collettivo e di un’arché comune”, com’è Campanini stesso ad osservare. Il viaggio mentale diviene così mezzo di ricerca introspettiva e i paesaggi illusionistici delle sue fotografie sono sguardi affascinanti e autentici nell’interiorità.

Silvia Campese