Lo Specchio e il Mito
Vediamo un uomo che guarda con un cannocchiale? Quello che vediamo è una fotografia di Marco Campanini che apre la sequenza, una serie che il giovanissimo fotografo (nasce a Parma nel 1981) inizia nel 2003, tra approfondimenti -lirici- dei suoi studi di filosofia, una decisa attitudine letteraria e dopo altre sperimentazioni della sua scrittura di luce che dichiarano subito chiarezza di intenti: fotografia documentaria e di paesaggio ma non meramente denotative, riprese notturne dal sapore minimalista o metafisico come indicava Olivo Barbieri. In realtà (e la serie di Campanini ci conduce su questo tipo di percorsi, avrebbe voluto intitolare magrittianamente –ceci n’est pas une pipe- questo lavoro) non è la fotografia di una figura ma la fotografia di un dipinto, anzi –e lo vediamo bene ma è più difficile il pensarlo- la fotografia della pagina di un libro recante la riproduzione di una tela settecentesca, del Grand Tour in Italia. L’ operare è essenziale, riduce ai minimi termini un campo molto complesso e un progetto giustamente ambizioso. Individua alcune monografie sulla pittura amata, immagini ampiamente divulgate, modelli, quindi, già disponibili come tali e le porta nella piccola stanza (camera) dove vengono fotografate alla luce del sole che filtra attraverso le persiane o con le luci normalmente disponibili negli interni del quotidiano. La gran parte delle illustrazioni riguardano temi (aree semantiche, mi correggerebbe il fotografo, divoratore di testi semiotici) che attingono alla fotografia: la veduta magari ricavata dalla camera ottica, la descrizione del paesaggio, la cartografia, il viaggio avventuroso, l’ identità, il guardare.
Campanini opera nella direzione opposta a quella della –corretta riproduzione-: non organizza luci uniformi e perfetta planeità del documento per farne un doppio ma vi torna a lavorare con la luce quanto con l’ ombra (usa materiale diapositivo che drammatizza i contrasti, rileva alcuni pigmenti, amplifica e “appuntisce” le luci alte) giocando per velature o schermature e con l’ orientamento della pagina; a volte fotografa l’ immagine del paesaggio, del campo di battaglia, come se fotografasse dall’ alto il paesaggio (come avrebbe fatto Nadar dal suo pallone).
La stanza come camera ottica, dentro c’è la camera fotografica e dentro di questa l’ immagine magari pensata con una camera ottica nel Seicento.
Il gioco in abisso, che rivela la natura della modellizzazione fotografica è ben presente, e funziona. La riduzione bidimensionale della prospettiva pittorica tradotta con l’ analoga riduzione fotografica si esplicita e sembra restituire un’ altra dimensione, in profondità e nel tempo: Campanini ha riflettuto parecchio sul –Niente di antico sotto il sole- di Luigi Ghirri e sulla parte –decostruttiva- della sua opera, in particolare su Iconografia/topografia, su Atlante, su Paesaggi di cartone, tra 1970 e il 1980 e apre, con questa sequenza ancora aperta, un percorso necessario.
Paolo Barbaro