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Autocritica fotografica

Come dovrebbe essere il rapporto tra uomo e immagine, in un’epoca dominata dalle immagini, se non consapevole e critico ?
La dimensione dello spazio sembra avere decisamente il sopravvento su quella del tempo e della storia, e la nostra esperienza quotidiana è sempre più caratterizzata da una sorta di “bulimia” visiva che si realizza in un frenetico esercizio di scanning delle immagini con le quali i più diversi media bombardano la nostra retina. Queste «superfici significanti»1 si susseguono, slittano, vorticano, s’intersecano di fronte al nostro sguardo, che può rassegnarsi ad una passiva decodifica, a un inerte scivolamento sulla loro texture, oppure interrogare criticamente la profondità semantica e ontologica e lo spessore storico-politico di ognuna di esse.
Nelle ricerche Gli Spazi dell’Utopia, Grand Tour e Isolario, ho inteso la messa in prospettiva del “piano immaginario” che inquadravo e su cui operavo, denso di forme e concrezioni semantiche, come l’esercizio di uno sguardo che interroga e al contempo evoca in senso radicale la profondità significante dell’immagine; rispetto a tale operazione, l’atto della messa a fuoco si configura come un attraversamento, una penetrazione, un’erranza fisica, intellettuale e spirituale nella rappresentazione stessa. In quest’analisi volgo il mio sguardo su immagini «preistoriche»2, appartenenti alla tradizione pittorica, che, proprio in quanto tali, si caratterizzano per un esplicito spessore simbolico: interrogando quest’ultimo, tento di ribadire la necessità di un’epoché fenomenologica del nostro rapporto con ogni forma di rappresentazione; indirettamente, tuttavia, la mia critica chiama in causa anche le immagini «poststoriche»3 e i meccanismi di produzione e consumo che le coinvolgono: è un atto di riflessione e di affrancamento dagli stessi e dal potere delle immagini tecniche che l’industria dei media rigurgita su di noi ogni giorno, le quali «non si limitano a essere simboliche – come tutte le immagini –, ma rappresentano inoltre complessi di simboli molto più astratti delle immagini tradizionali»4.
La mia domanda rivolta alla profondità simbolica delle immagini “preistoriche”, e di riflesso a quelle “poststoriche”, è un appello per l’emancipazione di chi, in senso ampio, opera con il mezzo fotografico e le immagini tecniche, auspicando che da “funzionario” del sistema assurga a “filosofo dell’immagine”.



1 V. Flusser, Für eine Philosophie der Fotografie, Berlin, European Photography Andreas Müller-Pohle, 1983. Trad. it. di C. Marazia, Per una filosofia della fotografia, Milano, Bruno Mondadori, 2006, p. 3.
2 Ivi, p. 11.
3 Ibid.
4 Ivi, p. 13.


Marco Campanini