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L'obiettivo demiurgo di Marco Campanini

Marco Campanini, nato a Parma nel 1981, fotografa dal 1997, vive e lavora a Fidenza. Laureando in Filosofia presso l'Università di Parma, si è diplomato al Liceo Classico, continuando a costruirsi, in forma autonoma, un bagaglio culturale di notevole spessore che costantemente filtra, con discrezione e grande finezza, nei suoi scatti. Si dedica prevalentemente a ricerche di carattere concettuale e paesaggistiche, spingendosi fino ad esplorare la pittura pur senza abbandonare mai il mezzo fotografico. Quest'anno è stato selezionato con menzione speciale per il premio Fotografia Italiana.


Com'è nata la tua ricerca artistica e in che cosa consiste?

Nella mia ricerca confluiscono diverse istanze e necessità espressive; per me la fotografia è sempre stata un potente strumento di analisi e riflessione sul mondo ma, innanzitutto, sul senso e il divenire delle immagini stesse; viviamo in una realtà contemporanea sempre più soggetta ad una "estetizzazione" diffusa, in cui lo stesso potere non si definisce più mediante la proprietà dei mezzi di produzione, ma mediante il controllo del processo di significazione (Baudrillard). Perseguo una fotografia che vuole essere attuale proprio perché "archeologica" (penso a "Gli archeologi" di De Chirico, con cui apro la mia serie "Lo Specchio e il Mito"), ispirata da una ricerca sull'origine e sul destino delle immagini che è essenzialmente ricognizione sulla storia e i modelli della cultura.


I tuoi riferimenti culturali sono molto articolati e complessi. Ce ne parli?

E' sempre abbastanza problematico parlare dei propri riferimenti culturali, nel senso che, a parte quelli più espliciti, ve ne sono spesso altri apparentemente secondari o inerenti ad ambiti estremamente eterogenei e lontani, ma non meno importanti nel sistema concettuale o quantomeno nella psicologia di un autore. Sintetizzando, direi che la mia fotografia si è sempre ispirata alla linea del cosiddetto "esistenzialismo poetico" (potrei citare André Kertész, Luigi Ghirri, ecc…), ma con un'accentuata declinazione letteraria e filosofica. Non voglio tralasciare l'importanza della linguistica per la mia ricerca, la quale, anche in quanto riflessione sulle "retoriche" dell'immagine, va nella direzione di un'esplorazione della dimensione strutturale del linguaggio iconico.


Davanti al tuo obiettivo apri libri d'arte. Con quale atteggiamento?

Dei libri d'arte indago il tempo mitico e ancestrale per raccordarlo col tempo e con le cadenze del mio presente e del mio vissuto. Lascio che la luce del passato si cristallizzi e si depositi fondendosi con le penombre del presente, e che i fenomeni si stingano all'orizzonte del mito e di qui traggano il loro senso profondo e il loro destino ultimo.


Hai anche un particolare rapporto con l'architettura…

L'architettura è al centro di uno dei miei ultimi lavori, "Gli Spazi dell'Utopia", in cui esploro i progetti di architetture utopiche di Boullée e Ledoux. Qui lo spazio architettonico diventa il luogo metaforico dell'incontro tra diversi momenti o attitudini intellettuali, in quanto dimensione in cui, secondo un'impostazione razionalista, ogni elemento ha una precisa ragion d'essere, perchè ricalca un coerente sistema concettuale. Una fisicità che è emanazione di un'immaginazione produttiva ed è organizzata scientemente come un sistema di segni; e che ha un suo "svolgimento" nella dimensione del tempo. Indago, dunque, uno spazio che ha una sorta di "intelligibilità" narrativa (penso a "Architettura e narratività" di Paul Ricoeur).


È noto il tuo interesse per la semiotica e i temi delle tue immagini sono stati definiti in un recente testo critico come aree semantiche. Ci spieghi il tuo rapporto col senso e il significato dei tuoi scatti?

Ho suggerito io l'espressione "aree semantiche", perché in linea con la mia "analitica dell'immagine"; quando parliamo di senso dei miei scatti, premetterei che le mie fotografie non assolvono una funzione documentativa o descrittiva; il loro denotatum è già una realtà di secondo grado; lavoro sulla doppia articolazione dei segni e sul fenomeno della semiosi. Non mi interessa produrre immagini "concluse", né immagini-simbolo; innanzitutto sono la progettualità e l'articolazione complessiva di ogni serie a dover emergere, in quanto ipotesi esplorativa e modello di ricerca. La mia ispezione nei territori mobili del simbolico è anche una riflessione sulle "condizioni di possibilità" della fotografia in quanto "linguaggio".


Le immagini dei tuoi cicli recenti "Lo specchio e il mito" e "Gli spazi dell'utopia" si declinano infatti lungo un percorso quasi narrativo, interamente strutturato su rimandi interni. Come funziona l'insieme di ogni serie?

E' una narratività allusiva, che non si estrinseca nelle forme di un racconto per immagini in senso convenzionale. La dimensione del tempo è suggerita indirettamente, e si articola su due piani: un tempo fenomenico, di cui la luce ridisegna le linee e i colori, e di cui la fotografia è la testimone per antonomasia, e uno mitico, allegorico, "totale", che si dipana nella dialettica interna di immagini tratte da un repertorio figurativo ampio, divulgato e storicizzato. Un'iconografia che dialoga con se stessa e con il proprio passato, in un gioco di moduli, un'ars combinatoria che ridefinisce costantemente la cartografia dell'immaginario umano.


Dal punto di vista tecnico come costruisci le tue opere?

La tecnica è dissimulata nell'essenzialità dell'approccio: nella sostanza mi servo della luce naturale, di una camera ottica e di una realtà di secondo grado. Tutto qui. Ciò che è fondamentale è la previsualizzazione della dinamica interna al lavoro, la simmetria tra l'articolazione concettuale e la forma visiva. Mi sono sempre servito di accorgimenti tecnici via via differenti, al di là di qualsiasi ascetica o dogmatica del mezzo, e continuerò a farlo.


A cosa stai lavorando in questo momento e quali sono i tuoi progetti futuri?

I miei progetti attuali raccolgono linee di sviluppo e intuizioni emerse in quelli precedenti; e quelli futuri faranno altrettanto nei confronti di quelli presenti, nell'ottica di uno sviluppo organicistico del mio lavoro e di un'evoluzione critica e consapevole. La mia promenade fotografica nell'universo del simbolico continua….

Cecilia Antolini